Presentazione delle opere
È una Natura prorompente, inebriante quella che nelle opere di Elisabetta Spighi infrange lo spazio della tela per invadere i limiti angusti delle nostre vite, per travolgere le presunte sicurezze del nostro minuscolo ego affabulatore di illusioni.
E’ la danza della Creazione, il mantello di gloria dell’Essere che si dispiega intorno a noi con i suoi doni infiniti, la sua inesausta fantasmagoria di colori, di profumi, di musiche. E’ il caleidoscopio della Vita che si impone anche su chi ha gli occhi chiusi, trionfa nel sapore goloso dei frutti, negli aromi intensi delle stagioni, nell’abbraccio immenso dei monti, dei rami, dei prati, dei fiori; nelle ali della terra, del cielo, del mare.
Entra vittorioso nelle stanze chiuse, scardina gli ozi lineari di mobili e pareti e li tramuta in onde di colori, in cascate di stupefacenti liquidi suoni, senza che il gatto o la donna si turbino e si destino dal loro sonno tranquillo. “Se fossi albero tra gli alberi o gatto tra gli animali, questa vita avrebbe un senso perché farei parte del mondo.
Io sarei quel mondo” scrive Albert Camus in Il mito di Sisifo.
Il vero “peccato” dell’essere umano è credersi separato dalla Natura, immaginarsi padrone arrogante del mondo fino a distruggerlo, distruggendo, inevitabilmente e tragicamente, anche se stesso.
Il gatto è Natura, la donna di Elisabetta è Natura. Non più lo strazio, lo stupro della separazione. Natura donna-domina, Anima infinita, Mistero.
Non si può spiegare il Mistero, ma solo viverlo. Viverlo con umiltà, con rispetto, con gratitudine, come l’amore. Le opere di Elisabetta Spighi sono un grande messaggio d’amore scritto con pennellate sicure, ampie, piene, decise, ma anche dolci, leggere, gioiose e innocenti, guidate da un cuore bambino che ci sussurra e ci grida di non rinunciare mai all’infanzia dell’anima, all’abbraccio della Vita.
Maria Letizia Giontella
Qualifiche
Diploma di maestra d‘arte dell’istituto D’arte di Forlì .
Recensione
ITALIANO
ELISABETTA SPIGHI: IL VENTO VARIABILE DELLA METAMORFOSI
di Stefano Maria Baratti
Soffia ovunque un vento variabile con vari rinforzi su tutti i soggetti di Elisabetta Spighi (1965 – ), pittrice forlivese di grande vitalità che travalica i consueti schemi delle convenzioni artistiche di stampo accademico, enfatizzando da un lato le peculiarità di un’indefinita vita campestre, dall’altro un aspetto magico del genus loci, con un genere simbolico e fiabesco, spesso disinibito, caratterizzato da un insolito realismo magico dall’effetto straniante.
In un’esibizione ora caricaturale ora descrittiva di situazioni in continua evoluzione, l’artista incorpora nelle sue tele prospettive multiple tra leggenda e folklore, distorsioni temporali, ciclicità stagionale e assenza di temporalità. I soggetti, immersi in un’ambientazione non bilanciata, vibrano in un vortice di scenari idillici con il paesaggio, mossi da una sensazione di squilibrio all’interno di una composizione «organica», dove sia il peso spaziale che una serie di fattori (dimensioni, colori, volumi) formano una perfetta osmosi tra le figure umane e la campagna circostante, in cui passato e presente sono collassati in un insieme di dettagli sensoriali e di valenza mitologica.
«Il messaggio che desidero offrire con le mie opere è proprio quello dell’unione con la Natura, del coraggio di infrangere i limiti e le menzogne delle apparenze per assaporare la Vita nella sua totalità di colori, sapori, profumi, musiche.» Ecco come Spighi descrive l’incontro con la natura – un un filone attribuito a determinate opere narrative fin dai tempi della nascita della civiltà – un’interpretazione che si potrebbe definire panteistica – dove boschi e colline diventano luoghi di wilderness fuori dai limiti della storia, mitizzati in un’«età dell’oro». Attraverso tematiche che, senza sconfinare nell’astrazione, rappresentano allegoricamente i labirinti dell’anima in maniera innovativa, estetica e autoreferenziale, la pittrice sceglie un terreno affine, quello di un «Locus Amoenus», un paesaggio come elemento magico – centrale per millenni nell’immaginario occidentale e idealizzato nell’Arcadia delle Bucoliche di Virgilio – che può essere solo intuito senza necessariamente essere mai spiegato.
Tra i tanti temi di cui la sua opera si nutre, l’artista si concentra su quello della metamorfosi, un leit-motiv ricorrente nei suoi personaggi, alternando contemporaneamente soggetti mutati in arbusti (le donne-albero, sacerdotesse che incarnano l’archetipo di Demetra) con elementi paesaggistici – terreni o colline – a loro volta trasformati in personaggi femminili. Innumerevoli sono i richiami e le sorgenti referenziali: riti sacrificali pagani, archetipi dell’adorazione della terra, sagre mediterranee della primavera, culti della divinità latina Pomona (venerata come Patrona Pomorum), il mito di Apollo e Dafne, influssi mariani, nonché il culto dell’albero (dendrolatria) o «culto arboreo» che si esplicita nel druidismo e nel paganesimo germanico, traendo la spiritualità dal bosco sacro.
Pittrice dotata di una sensibilità che attinge la propria ricchezza espressiva negli elementi magici e sovrannaturali, Spighi dichiara che dipingere è «vivere veramente, ritrovare l’anima smarrita nelle prigioni dei limiti e lanciarla nell’infinito», quindi elabora nelle sue tele degli scenari incantati, immersi in una magica sospensione, con personaggi e soggetti che vivono fenomeni dagli effetti inquietanti nel retaggio di rapporti panteistici nella coppia «uomo-natura» riconducibile alla struttura della fiaba di Vladimir Propp: foreste popolate da divinità silvestri, strane creature e luoghi dove avvengono incontri straordinari e da cui i protagonisti ne escono completamente trasformati.
La tavolozza dell’artista forlivese si esprime con valori cromatici vivaci e primari, fedele a quel realismo magico e a tutte le influenze incociate della tradizione modernista. Alla libertà pittorica di estrapolare simboli da paesaggi primitivi e onirici corrisponde l’ispirazione spontanea come risposta alle captazioni del proprio ambiente. Se la maggior parte delle sue opere riproducono una natura misteriosamente rigogliosa, quasi edenica, dove l’essere umano si arborizza e porta con sè un senso iniziatico – al contempo una natura pericolosa e tentatrice che richiama quella di Rousseau – parallelamente nasce un nucleo di immagini (raramente degli interni) dove si sprigiona un senso tumultuoso di forme libere, sotto forma di caledidscopici ricordi d’infanzia, tra stupore e meraviglia, un filo conduttore che ricorda la lezione di sensibilità poetica nell’originalissimo linguaggio visivo di Marc Chagall.
«Da adolescente ho amato la suggestione suscitata dalle opere di la potente tragicità dei pittori espressionisti e la corposità di Guttuso; più avanti mi ha affascinato la leggerezza pensosa di Chagall e, soprattutto, i drammatici mostri di Goya. Mi hanno sempre attratto gli incendi di colori e la sfrenata vitalità delle pitture africane e dell’America latina, la pregnante concretezza dell’arte primitiva in generale.»
Tragicità, corposità, “leggerezza pensosa”, mostri e sfrenata vitalità: tutti elementi derivati dalle lezioni di maestri del secolo scorso che Spighi ripropone con molteplici variazioni, comunicando attraverso il potere di un mondo intriso di stupore un immaginario onirico in cui è difficile discernere il confine tra realtà e sogno. Soprattutto nei ritratti, quasi sempre dotati di simmetria bilaterale essenzialmente statica, vige una centralità che si caratterizza in uno schema compositivo dove lo sfondo del dipinto – paesaggi bucolici con intrecci di foglie, rami e fiori con fenomeni di arborizzazione o pietrificazione – non funge da coronamento al soggetto, ma ne determina lo spessore fisiognomico e la stessa psicologia caratteriale. Grazie ad un’azione reciproca tra due campi visivi e prospettici – il contrasto di un primo piano apparentemente colto nella quotidianità e uno sfondo che suggerisce uno spazio illusorio – si alimentano le dimensioni dell’enigma e della meraviglia.
L’osservatore assiste a continue metamorfosi in una proliferazione di forme sature di vivi simbolismi, altalenando significato e significante, rivelando elementi magici in un contesto altrimenti realistico. In questo universo di sogni dai colori accesi, le tele di Elisabetta Spighi sono popolate da personaggi, reali o immaginari, che si affollano nella fantasia dell’artista, intrise di riferimenti spirituali da cui emergono antecedenti con una produzione latinoamericana (sulla scia di Diego Rivera e Frida Khalo), dotata di una consapevolezza senza regole o dogmatismi, fuori o al margine dell’arte accademica, maturatasi dalla oggettistica di «bodegones» e di ex-voto, quindi ripresa dall’artista forlivese nella medesima tradizione plastica e figurativa, dove l’elemento decorativo assume un rilievo simbolico nell’eterno confronto tra realtà e fiaba, tra condizionamenti sociali, poesia e magia.
Contemporaneamente agli studi compiuti a Forlì per conseguire il diploma di maestra d’arte con indirizzo decorazione pittorica, Elisabetta Spighi presta la sua collaborazione come allieva presso lo studio di artisti locali. Sin dalla giovane età, realizza e crea pitture su tela, legno, vetro e stoffa, decorazioni di murales e trompe-l’oeil per un pubblico privato. Alla fine degli anni ‘80 inizia ad esporre in mostre collettive e personali, a San Sepolcro, Cortona, Firenze, Poppi, Arezzo, Bagno Di Romagna e Forlì.
ENGLISH
ELISABETTA SPIGHI: THE VARIABLE WIND OF METAMORPHOSIS
by Stefano Maria Baratti
Most subject-matter painted by Elisabetta Spighi (1965 -) seems to be whirling with the wind. Spighi, an energetic paintress from the town of Forlì, the central city of Romagna, goes above and beyond the usual academic artistic conventions while depicting on the one hand certain peculiarities of an unidentifiable country life, on the other a magical aspect of the genus loci, within an uninhibited genre populated by symbols and fairytales, and characterized by an unusual magical realism laden with a disorienting effect.
In a merry-go-round of multiple visual perspectives, the artist incorporates layers of meaning that reveal a framework of both realistic and abstract situations in continuous evolution, borrowed from themes of seasonal sagas and folklore tales, mostly suspended in space and in a timeless fashion. The highly saturated subjects in her canvases intentionally lack equilibrium and “vibrate” inside an irregular composition against a backdrop of idyllic scenarios and colorful landscapes, where spatial dimensions, weight, colors and volumes form a perfect interaction between human figures and the surrounding countryside. We become aware that past and present have collapsed allowing for an overwhelimg effect of mythological proportions.
«The message I wish to convey in my work is precisely that of union with Nature, the courage necessary to break away from the constraints of a fake world of appearances in order to experience a wholesome variety of colors, flavors, perfumes, music.» This is how Spighi describes her encounter with nature – a topic frequently found in literary works since time immemorial – with a personal interpretation best described as “pantheistic” – where wilderness turns into a live entity beyond history, and it becomes entangled in the “golden age” of mythology. Although the artist’s paintings reflect themes that do not entirely divorce from reality, they nevertheless manifest the allegorical labyrinths of the soul in an innovative, aesthetic and self-referential way. Spighi chooses a landscape immersed in a magical ambience – the “Arcadia”, central in classical western imagery and idealized in Virgil’s poems – which can only be perceived without necessarily being explained.
Among the several themes that populate her work, the artist focuses on the role played by metamorphosis, a recurring leitmotif in her canvases, with subjects transformed into shrubs (tree-women, priestesses who embody the archetype of Demetra) and landscape elements – prairies or hilltops – that in turn are transformed into female characters. There are innumerable archetypal references at play, ranging from pagan sacred rites, archetypes of earth worship, Mediterranean spring festivals, to cults of the Latin divinity Pomona, the myth of Apollo and Daphne, Marian influences, as well as the worship of trees or “arboreal cult” expressed in Druidism and Germanic paganism, drawing spirituality from the sacred wood.
A paintress with a sensitivity that draws her expressive richness from magical and supernatural elements, Spighi describes painting as “the truth in this life, where one can set free the imprisoned soul and launch it into infinity”, she then elaborates enchanted scenarios in her canvases , bathed in magical suspension, with characters and subjects who experience disturbing phenomena amidst a convoluted environment that frequently merges the human dimension with the vegetative world. As in the structure of the fairytale expounded by Vladimir Propp, we witness forests populated by sylvan divinities, strange creatures and places where extraordinary events take place and in which the protagonists emerge completely transformed.
The palette and brushstrokes of Elisabetta Spighi are moduled by lively primary chromatic values, consistent with the current of “magical realism” and with all the influences of modernist tradition. The pictorial freedom to extrapolate symbols from primitive and dreamlike landscapes corresponds to a spontaneous inspiration derived from her immediate environment. If most of her works reproduce a mysteriously luxuriant, almost edenic nature, with human beings free to wonder in complete serenity and bliss, at the same time there is a dangerous threat lurking in their midst, an environment that recalls that of several paintings by Rousseau – a series of tumultuous images and free forms released in the shape of caledidscopic childhood memories, surrounded by amazement and wonder, a common topic that shares a legacy with the poetic visual language of Marc Chagall.
«As a teenager I used to love the suggestions inspired by the powerful and tragic works by expressionist painters, especially those of Guttuso; further on I was fascinated by the thoughtful lightness of Chagall and, above all, the dramatic monsters of Goya. The wild colors and the unbridled vitality of African and Latin American paintings, the pregnant concreteness of primitive art in general, have always attracted me. ”
All these above mentioned influences, and themes, described by the artist in her own words, derive from the lessons of masters from the last century that she interprets with multiple variations, communicating through the power of a world imbued with a dreamlike imagery in which it is difficult to discern the boundary between reality and dream. Especially in her female portraits, almost invariably depicted with a static symmetry, there is a centrality characterized by a composition with a background – landscapes with intertwining leaves, branches or flowers – that does not act as a decoration to the foreground but as a determining factor establishing the psychological character of the subject itself.
The observer witnesses continuous metamorphoses in a proliferation of symbols, revealing magical elements in an otherwise realistic context. In this universe of brightly colored dreams, Elisabetta Spighi’s canvases are populated by characters, real or imaginary, who flock to the artist’s imagination, imbued with spiritual references from Latin American paintings . Outside the boundary of academic art, Spighi investigates similar plastic and figurative traditions – among them those of Diego Rivera and Frida Khalo – where the decorative element takes on a symbolic relevance in the eternal comparison between reality and fairy tale, between social conditioning, poetry and magic.
As a student, alternating her studies in Forlì to obtain the diploma of master of art with pictorial decoration, Elisabetta Spighi lent her collaboration in the studios of local artists. From a young age, she produced paintings on canvas, wood, glass and fabric, murals and trompe-l’oeil panels for a private audience. At the end of the 1980s she began to exhibit in collective and personal exhibitions in San Sepolcro, Cortona, Florence, Poppi, Arezzo, Bagno Di Romagna and Forlì.
[SMB]






